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RICAMI DI STORIA

BREDA DI PIAVE

Con questo progetto, che ho voluto nominare "Ricami", voglio cercare di farvi conoscere quei soldati che durante il biennio 1917/1918: Combatterono, vissero, sperarono e talvolta morirono nel territorio comunale, il qr code, che è uno diverso dall'altro, vuole farvi conoscere un soldato in specifico che passò proprio nelle vicinanze

 
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Giuseppe Lena

Cavalier Sticca

Padre Reginaldo Giuliani

Vitaliano Grilli

L'Ardito di Regina Coeli

Lucrezia Camera

Emilio Da Re

Carlo Vercesi

Innocente Fossaluzza

Franz Gaser

Zefiro Uliana

Don Bernardo Gaion

Vittorio Zanatta

Augusto Carlesso

Antonio Rotunno

Aldo Bardi

Antonio di Luca

Athos Lazzari

 

GIUSEPPE LENA

LENA GIUSEPPE di Nunzio
Nato a San Nazzaro (Benevento) il 30 novembre 1886 e morì sull'argine regio tra Candelù e Saletto il 16 giugno 1918 meritandosi una medaglia d’argento al Valor militare, con la seguente motivazione:
Soldato,12 battaglione bersaglieri ciclisti, numero di matricola 11189, durante un attacco lasciava volontariamente il proprio plotone per unirsi alla prima ondata d’assalto . Raggiunta tra i primi la posizione contesa,vi impegnava una viva lotta con l’avversario, e ci lasciava gloriosamente la vita
Casoni,16 giugno 1918

 
 

CAVALIER STICCA

Dal libro gli arditi di padre Reginaldo Giuliani.

La vita al battaglione è sempre più indecente: noi tutti ci si ammala a furia di far niente 

Autore di questi versi era Italo Leoni, tenente degli arditi.

Queste e altri mille versi simili venivano canticchiati da tutti i soldati della compagnia, il più conosciuto era il poeta di Cavazuccherina, un napoletano di nome Sticca, basso, grassoccio, taglio occhietti furbi e dai calzoni perennemente rotti che tutti chiamano Cavalier Sticca, così lui stesso si firmava nei programmi musicali che venivano affissati al Comando del Presidio di Pero.

Poeta, compositore, costruttore di strumenti, cantore.

Ogni domenica il cavaliere svolgeva un nuovo programma, verso sera una strana banda si riuniva davanti alla chiesa, chi facendo scoccar le nacchere, chi batte i piatti, chi una cassa di bombe, chi soffia nelle canne, il cavaliere dirige il tutto con un gran bastone un po' come un capo orchestra.

il programma della prima settimana di febbraio comprende:

La traviata

Canzona ardita

Mare chiara

Concettina

 
 

PADRE REGINALDO GIULIANI

Andrea Giuliani nacque a Torino il 28 agosto 1887. Da giovane abbracciò la vita religiosa nell’Ordine Domenicano, assumendo il nome di padre Reginaldo.

Si laurea in teologia e il 27 dicembre 1911 è ordinato sacerdote dal arcivescovo di Torino, divenendo predicatore domenicano. È assegnato nel 1915 al convento di Trino Vercellese, dove per due anni è un attivo predicatore antisocialista e accesamente nazionalista.

Durante la prima guerra mondiale è nominato tenente cappellano nel 1916 e assegnato al 55 Reggimento fanteria "Brigata Marche", con cui prende parte alle battaglie dell'Isonzo presso Hudi Log, ricevendo la prima medaglia di bronzo al valor militare.

tra il 1917 e il 1918 combatté in trincea con gli arditi della III Armata guadagnandosi la Medaglia d’Argento al Valor Militare e la Medaglia di Bronzo al Valor Militare. Dopo la fine della Grande Guerra svolse il compito di predicatore nella Chiesa di San Domenico a Torino. Volontario nella Guerra d’Etiopia fu nominato cappellano militare e cadde nella Battaglia del Passo Uarieu il 21 gennaio del 1936 ucciso da colpi di scimitarra durante il furore dei combattimenti mentre soccorreva dei feriti

 
 

VITALIANO GRILLI

Un pomeriggio di Aprile entrando nella chiesa di Pero, scorsi sul fondo, inginocchiato sul tabernacolo, un ardito, immobile, colla faccia rivolta al Signore.

Il viso infantile, fresco e roseo, e due occhioni dolcissimi, il suo nome è:

Vitaliano Grilli

di Monte Urano nelle Marche

Era passato per il Seminario dei Padri Sacrementini di Castelvecchio, presso Moncalieri di Piemonte, all'entrata in guerra si chiese: cosa farò io per questa guerra? anche se l'età era di soli sedici anni avrebbe voluto entrar a far parte degli aviatori.

La mattina del 15 giugno venne visto passare lieto in mezzo ai suo compagni che cantavano colle bandiere spiegate, la mattina susseguente,una granata austriaca cadde al suo fianco, lui morì non per colpa delle schegge ma bensì dello spostamento d'aria causato da tale pezzo di artiglieria

 
 

L'ARDITO DI REGINA COELI

Da poco era giunto al reparto un giovane romano, sui 25 anni, picoletto, bruno, col capo completamente rasato e un andatura decisamente spigliata.

Prima di arrivare a Pero, fu un volontario di guerra dell'84 reggimento fanteria, entrò nei battaglioni d'assalto solo per via della sua buona condotta, ciò stona con il suo passato, entrò nel carcere romano per un accusa di furto qualche anno prima dello scoppio della guerra.

durante la battaglia del solstizio, finì in ospedale per una ferita aperta, scappò senza autorizzazione per seguire i compagni in trincea, fu ferito nuovamente al petto, venne nuovamente medicato ma, si rese conto di poter camminare e scappò nuovamente in prima linea sorretto da un compagno d'armi, due giorni dopo tornò al posto di medicazione con una frattura alla spina dorsale: il tronco e le gambe erano paralizzate.

Morì due giorni dopo

 
 

LUCREZIA CAMERA

 Lucrezia Camera, infermiera volontaria italo-americana, dalle cospicue disponibilità economiche, che, prima dell'entrata degli Stati Uniti nel conflitto, decide di portare aiuto a coloro che combattono contro gli Austroungarici. La sua missione è tenere aperto un «Posto», un luogo di ristoro. Lo vuole e lo trova a Porta Mazzini (oggi Porta San Tommaso), a lato di uno degli incroci più importanti delle strade che vanno e che vengono dal fronte. Lucrezia è una donna determinata, coraggiosa, capace di strategie tipicamente femminili che le consentono di raggiungere gli scopi proposti. Sotto questo punto di vista, dà il meglio di sè quando deve rapportarsi con gli ufficiali e più ancora con i generali. Nulla le è impossibile, sia che si tratti del generale Sardagna che, addirittura, di Sua Altezza Reale il Duca d'Aosta. 

Lucrezia è instancabile e davvero encomiabile nella fatica di trattenere sulla «retta via» tanti giovani, che spendono nei bordelli le ultime pulsioni di vita prima della morte. Li rincorre quasi con centinaia di tazze fumanti, consapevole che molti non attraverseranno più quell'incrocio sulla via del ritorno. E non è solo per il caffelatte o per il thè gradito agli inglesi o per le sigarette, che Lucrezia è riconosciuta da tutti, ma per l'affetto e il calore che trasmette. Non fa provviste solo di generi alimentari quando si reca nei magazzini dell'esercito, ma anche di nastrini colorati, di immagini e di medagliette sacre e soprattutto di cuoricini che consegna a tutti i ragazzi, baciandoli sulla fronte e dicendo loro che è il bacio della mamma che li accompagnerà nelle trincee del Piave. Per questo è invocata con gli appellativi di «dama bianca», «Regina di Treviso», «Bianca signora del Piave» 

E Breda?

Lucrezia molte volte frequentava le zone immediatamente retrostanti al fronte, Breda, soprattutto, per via delle feste reggimentali e delle gare di atletica che si tenevano regolarmente 

 
 

EMILIO DA RE

“Abbasso la guerra” e una pallottola..
Con questa accusa, Emilio Da Re,cartaio nelle reali cartiere di mignagola, incensurato,classe 1889, residente a Breda di Piave fu fucilato a Pradamano (Udine) il 16 maggio 1917, Trovandosi in una tradotta che doveva portare Emilio e altri soldati al fronte per combattere le ultime battaglie dell’Isonzo, all’altezza della stazione ferroviaria di Udine, partirono vari cori inneggianti alla pace,l’ufficiale Biamonti Agostino,cercó di zittirli, e di risposta parti un colpo di fucile,che però andò a colpire un artigliere presente nel treno che viaggiava nella direzione opposta. Per questo colpo furono indagati 19 soldati,12 furono assolti, 4 mandati in prigione per una somma complessiva di 140 anni,3 furono fucilati,tra questo proprio Emilio.fa riflettere che furono dichiarati 7 colpevoli per una sola pallottola.

 
 

CARLO VERCESI

Tenente medico in servizio all'ospedale da campo numero 079 presso Limbraga, l'attuale Lancenigo, più precisamente nell'attuale sede della provincia di Treviso.

il Vercesi iniziò la guerra nel luglio 1915, rimase fino alla rotta di Caporetto nella zona immediatamente retrostante alle prime idee del Carso, si meritò una medaglia di bronzo al Valor Militare per le sue costanti cure ai soldati anche durante il fuoco nemico.

nel 1918 invece, trasferito nell'hinterland trevigiano, ebbe modo di visitare spesso il fronte, toccò con mano le trincee presiedute dalla brigata Caserta e Sesia, anche per questo molte volte, nei suoi diari, cita le zone di Breda di Piave, Vacil, Saletto, Cavriè  

 
 

INNOCENTE FOSSALUZZA

Classe 1895, cominciò la guerra già nel 1915 essendo precettato per la naja, nelle carte presenti sui ruoli matricolari, venne segnato che come professione nella vita civile fu un barcaiolo sul Piave, questo giocò un ruolo fondamentale nel suo reggimento di appartenenza, infatti pur essendo semi analfabeta non venne mando in una brigata di fanteria ma bensì, conoscendo e vivendo grazie al fiume Piave venne mandato prima al 4 reggimento genio Pontieri, poi, successivamente, a fine 1917, nel neonato 8 reggimento genio Lagunari, embrione dell'attuale corpo di eiltè dell'esercito italiano.

Finita la guerra, si trasferì in mezzadria, a Casa Sernagiotto, che, durante la battaglia del solstizio, venne usata dalla brigata Sesia come comando

Riporto un passo del libro "diario di un fante" dell'onorevole 

.Quando si arriva a villa Sernagiotto, la battaglia infuria. Il campanile del paese è crollato, il parco della villa è già sconvolto e, ad ogni granata che scoppia, un vecchio abete si stronca; sotto i grandi portici della fattoria sono raccolte altre truppe di rincalzo e molti feriti. In questo momento precipita una parte del tetto. La cucina padronale è buia, ma una granata vi apre di colpo una grande finestra. Siamo dunque già ai medi calibri. Nel salone terreno, decorato di stucchi, il colonnello Paselli, quello di Selz, dà ordini al 202° fanteria; nella stanza vicina, mentre crollano i soffitti, il generale Leone, comandante della «Pinerolo», dirige l'azione. Nessuno oggi oserà dire che i comandi di brigata si tengano lontani dal fuoco. Oramai le riserve sono accorse, gli uomini ci sono; non resta che fare argine col cuore all'imbaldanzito nemico

 
 

FRANZ GRASER

Franz Gräser (Nyírmada, 18 ottobre 1892 – Breda di Piave, 17 maggio 1918)
è stato un aviatore austro-ungarico. Con 18 vittorie confermate e una vittoria non confermata, tutte sul fronte italiano, fu il settimo asso della k.u.k. Luftfahrtruppen, l'aviazione austro-ungarica, durante la prima guerra mondiale.
Franz Gräser (in lingua ungherese Ferenc Gräser) nacque a Nyírmada nel Regno d'Ungheria, allora parte dell'Impero austro-ungarico. Allo scoppio delle Prima guerra mondiale frequentò l'Università di Tecnologia e di Economia di Budapest. Nell'ottobre 1914 fu chiamato alle armi nel 72º reggimento di fanteria e dopo l'addestramento trasferito alla scuola per ufficiali di riserva a Esztergom. Nel luglio 1915 concluse con successo la scuola e fu trasferito sul fronte orientale dove fu ferito nel luglio 1916. Nell'agosto si arruolò come volontario nell'aviazione austro-ungarica e fu addestrato come osservatore a Wiener Neustadt.
Come tale fu trasferito alla Fliegerkompanie – compagnia aviatori – Flik 2 ad Aisovizza sul fronte dell'Isonzo e dove riuscì ad ottenere il suo primo abbattimento con un Hansa-Brandenburg C.I a ovest di Tolmino il 10 febbraio 1917. Nel maggio 1917 fu trasferito alla Flik 32 ad Aidussina dove riuscì ad abbattere, sempre con un Hansa-Brandenburg C.I, uno SPAD A. 1 il 20 maggio 1917. Ad Aidussina ottiene lezioni di volo da un altro pilota e da settembre 1917 eseguì i suoi primi voli da ricognizione come pilota.
Poche settimane dopo si trovò nella Flik 42J a Prosecco, una squadriglia di caccia come specificato dalla lettera J, l'abbreviazione per Jagdstaffel, introdotta nel 1917 dopo la riorganizzazione dell'aviazione austro-ungarica. A fine ottobre nel corso della Battaglia di Caporetto ottiene le sue prime quattro vittorie da pilota in solo due giorni con un Albatros D.III (Oeffag).
Fino al suo ultimo trasferimento nel gennaio 1918 alla Flik 61J presso Motta di Livenza e comandata da Ernst Strohschneider riuscì ad abbattere altri cinque velivoli. Il 17 maggio 1917 scortò un ricognitore della Flik 12P in missione per eseguire dei rilievi fotografici quando fu attaccato nei pressi di Treviso da aeroplani appartenenti alla 78ª Squadriglia. Nel duello che seguì l'Albatros di Gräser fu abbattuto da un Nieuport 27 pilotato dal sergente Maggiore Guido Nardini e si schiantò a Pero, frazione di Breda di Piave. Con 18 vittorie confermate Franz Gräser era il secondo asso dell'aviazione austro-ungarica al momento del suo abbattimento, senza aver mai ricevuto un addestramento ufficiale da pilota e privo di brevetto di volo.

 
 

ZEFIRO ULIANA

Classe 1890.
Combattè inizialmente la guerra italo-turca tra il 1911 e il 1912 come servente di una mitragliatrice, che in quel periodo iniziò ad essere usata dal nostro esercito.
il suo calvario cominciò proprio nel viaggio di ritorno dalla Libia, cadde in acqua e ci rimase per 24 ore prima di essere tratto in salvo, ciò li provocò seri problemi psicologici. 
Ma la grande guerra non poteva attendere e venne arruolato nel 9 reggimento fanteria " brigata Regina", visse la guerra di trincea, nel 1916 fu uno degli unici soldati della sua compagnia a salvarsi dal primo attacco a gas austroungarico, successivamente combattè nella zona del Monte Grappa, venne congedato sul finire del 1919, dopo più di 5 anni di guerra, gli shock subiti in questi anni furono troppo importanti e il nostro Zefiro non riuscì a reggere il peso, prima iniziò con l'abuso di alcolici per poi morire a solo 50 anni.

 
 

DON BERNARDO GAION

Emblematica fu in quei giorni l'esperienza vissuta all'interno del capoluogo trevigiano, dove, da un lato l'amministrazione municipale, retta dal sindaco Zaccaria Bricito, si era trasferita armi e bagagli con gli uffici nella città di Pistoia, dall'altro il Vescovo, il cappuccino francescano Andrea Giacinto Longhin, aveva per contro deciso senza esitazione di non lasciare la propria sede ed i propri diocesani. Né, in quel confuso frangente, la curia cittadina restò sorda all'invito di contribuire all'amministrazione della cosa pubblica, amministrazione nel cui ambito avrebbe assunto la carica di vice segretario comunale lo stesso maestro di camera ed assistente particolare del presule, il sacerdote bredese Giacomo Luigi Zangrando.
Alla detta impegnativa chiamata ai religiosi, per la quale le strutture ecclesiali non furono peraltro risparmiate dalle accuse di "austriacantismo" e collaborazionismo, non si sottrasse, nel contesto di Breda, nemmeno il poco più che trentenne don Bernardo Gaion (1884 - 1968), allora parroco di recentissima nomina, quantunque vada anche detto che l'anziano sindaco non aveva per il vero abbandonato la gestione della municipalità, che viceversa continuava a seguire, venendo appositamente da Treviso ove era riparato.
Già assumendo il beneficio bredese, il neoparroco Gaion aveva colto il clima di apprensione insito nelle contingenze, stante anche che il predecessore era morto amareggiato dall'accusa di disfattismo legata agli asseriti contenuti di un sermone. Ma questo clima diffuso nulla sarebbe stato in confronto alle prove (una vera e propria "baraonda"), cui il giovane uomo sarebbe stato di lì a poco sottoposto assieme alla comunità dei parrocchiani, come egli stesso tramanderà, rievocando per iscritto nelle sue memorie di guerra.
Traspare dalle pagine tutta l'abnormità dello scenario bellico, incentrato su un territorio variamente solcato dalle linee di trincea, scavate anche nelle zone più centrali del capoluogo, e caratterizzato altresì dalla diffusa presenza delle artiglierie sparse per la campagna. La maggior parte delle edificazioni serviva da alloggiamento per la truppa, con la quale la popolazione fraternizzava. La quasi interezza della superficie agricola continuava ad essere adibita alla coltivazione delle derrate, nonostante l'incombente grave insidia dei bombardamenti e delle sparatorie. Restava invece sospeso il suono delle campane. Il tutto nel quadro dinamico di un continuo viavai di truppe, armamenti, carriaggi, salmerie, scuderie, cucine, ma anche di tanti profughi in movimento, in arrivo dalle località rivierasche e dalle zone occupate, od in partenza dal paese.
E poi, a giugno del 1918, il crescendo di cose troverà il suo apice nella cosiddetta battaglia del solstizio, quando la quasi totalità degli edifici isolati della campagna resterà distrutto, quando si scatenerà " l'uragano delle artiglierie nemiche ", le granate pioveranno " da tutte le parti " e costruzioni e terreno saranno " come scossi da un terremoto". Le zone più orientali saranno anche teatro di un' incursione delle fanterie austriache sventata dai nostri in corrispondenza del rio Meoletto.
Ma la narrazione viene a toccare anche le vicende interiori dello scrivente, e rievoca quello che potrebbe essere visto come un vero e proprio percorso iniziatico accelerato, quando il religioso rivive il terrore pressoché paralizzante che lo assalì a seguito della deflagrazione di una bomba caduta molto vicina. Terrore cui però egli saprà reagire nel breve volgere di qualche giorno facendosi un po' alla volta coraggio " fino a perdere la coscienza del pericolo ".
Ne resterà verosimilmente corroborata la tenace tempra pastorale di padre padrone del gregge dei fedeli, quella stessa che, durante il ventennio, non mancherà di farsi sentire in tutta la sua schiettezza al punto di suscitare l'invio di segnalazioni alla Prefettura da parte delle Autorità civili per esternazioni poco gradite al regime imperante.

 
 

VITTORIO ZANATTA

Nato a Carbonera il 28 Febbraio 1893, comincia la guerra come soldato semplice, poi per meriti di guerra viene promosso a caporale, venne fatto prigioniero dagli austriaci nel settembre 1917, così recita ildiario reggimentale:

 il 4 settembre 1917 il 65°trovasi in linea nel settore di Flondar, il nemico opera un poderoso ed improvviso attacco; il II° battaglione che tenta di opporsi viene annientato, gli austriaci penetrano sino alla galleria comando del reggimento: un nutrito lancio di bombe a mano provoca lo scoppio del deposito munizioni e tutto il comando del 65° reggimento rimane ucciso.

Della sua prigionia non si sa nulla, infatti il suo nominativo non è presente in nessun cimitero militare italiano all'estero, addirittura non viene segnato come "morto" in prigionia ma come "scomparso"

 
 

AGUSTO CARLESSO

Soldato semplice dell'11 reggimento artiglieria da montagna, di lui non si anno molte notizie, neppure gli archivi storici ne danno traccia, sicuramente vista la giovane età, combattè solo la fase finale della prima guerra mondiale, ma non ebbe meno sfortuna dei suoi commilitoni che combatterono dal 1915, infatti Augusto entrò in ospedale già a fine 1918 per delle ferite riportate in combattimento, si spense poi nel 1921 nell'ospedale di Ancona

 
 

ANTONIO ROTUNNO

Antonio Rotunno

militare, 266° fanteria Brigata Lecce, 3° battaglione, 8^ compagnia, soldato

Padula (SA) , 5 marzo 1881 / 22 novembre 1958

Piccoli estratti del suo diario:

Son passate due ore da quando ci siamo rimessi in marcia, e fra quello e quel tale altro militare si vocifera che le seconde linee già le abbiamo lasciate da un pezzo dietro di noi e che già i nostri passi battono sul terreno fatale e terribile delle prime linee.


La conferma della voce che corre fra noi ce la danno i superiori militari col monito:

- Ragazzi, cerchiamo di andare avanti in silenzio, poiché qui non siamo più in Carbonera ma nelle prime linee!


Nessuno fiata. Si marcia in silenzio e per maggior cautela si va avanti adagio adagio, cercando di far sempre meno rumore nel camminare, ciò che in verità si ottiene, perché i nostri piedi battono sul terreno morbido e cretoso dei dintorni del Piave. A marciare, invece, sulle rocce e sui sassi di altri punti, specialmente di notte, si viene a richiamare col rumore dei passi l’attenzione del nemico, il quale, profittando di questi movimenti notturni di truppe, indirizza alla loro volta delle terribili e micidiali scariche di artiglieria e di mitragliatrici, che quasi sempre riescono di fatale effetto per le nostre truppe.


Ed eccoci giunti nelle prime linee. 


Dal luogo ove si era stanziato il Comando dello Stato Maggiore del Battaglione in partenza, di tratto in tratto vengono lanciati in aria alcuni razzi (o racchette), coi quali si avvertono le nostre artiglierie di non tirare ora che fra le nostre truppe avvengono dei movimenti. Ma la maggior parte di noialtri, nuovi delle cose del fronte, nulla comprende di novità e di segnali, e anzi alcuni, al mirare in aria l’espandersi della luce viva e multicolore dei razzi, ritenendoli per granate, si piegano alquanto col corpo in avanti, allo scopo di nascondere e salvare così la propria testa.      


- Che sciocchi! - esclamano i veterani del fronte, indirizzando l’ingiuria alla volta dei paurosi cappella del ’99. - Non sapete che se quelle fossero granate sentireste prima il fischio e poi lo scoppio? Dov’è il fischio? Dov’è lo scoppio? Olà, cappella, non vedete che quelli son razzi?

- Silenzio! - ci intima una voce che a stento riesce a sopprimere in qualche modo il suo naturale tono imperativo ed energico.


E’ questa la voce di un graduato, il quale, per abituare i suoi dipendenti ad altro sistema di vita e per far comprendere loro che gli ordini d’ora in poi verranno espressi più a mezzo di segnali anziché a forza di voce, ci intima cautela e silenzio, onde non risvegliare l’attenzione dei nostri nemici, i quali potrebbero in siffatta occasione darci una fatale lezione.


Ed eccoci giunti proprio sul luogo del nostro accantonamento. I ricoveri, scavati nella sabbia e nella creta alla sinistra di un argine, son già vuoti, poiché le truppe del 13° Fanteria della Brigata Pinerolo, a cui noi siam venuti a dare il cambio, son partite silenziosamente una decina di minuti prima, per avviarsi alla volta delle seconde linee e fare quivi il loro turno di rincalzo.


A seconda della capacità dei suddetti ricoveri, in tre, in quattro e perfino in sei militari prendiamo alloggio in quei miserabili tuguri, di gran lunga inferiori a quelli che dalle nostre parti facciamo costruire per i maiali.


Eppure…pazienza! Bisogna rimanervi, bisogna abitarli; bisogna, infine, rassegnarci ad invidiare la comodità dei nostri maiali!


Oh! Dio! Le pareti sono umide e gocciolanti di acqua che, infiltratasi fra la sabbia e la creta, scorre giù a stille, a gocce e a piccoli rivoli nel sottoposto suolo, ricoperto da uno strato di paglia vecchia e infradiciata. Su di esso siam destinati a dormire, e volesse il cielo che quella paglia non contenesse pure altra cosa che, prodotta e lasciata quivi dai militari che vi hanno alloggiato prima di noi, ben presto dovrà comunicarsi anche a noi, e propagarsi e moltiplicarsi per la nostra persona e per gli indumenti che ricoprono il nostro corpo: i pidocchi! Oh, santa Vergine, che schifosi e ributtanti insetti! Ve ne sono sparsi a milioni e a milioni! Eppure qui bisogna che riposiamo per tutto il tempo che durerà il nostro turno di prima linea!


Ed ecco che ognuno prende posto alla meglio, conservando, per quanto più riesce possibile, la calma ed il silenzio, mentre fra la fitta e densa oscurità della notte non ci riesce di discernere né la forma né gli oggetti del locale destinatoci per il disagiato nostro riposo; solamente vi troviamo di buono che nel ristretto e limitato ambiente vi circola un’aria viziata e malsana sì, ma tepida e ristoratrice. Giriamo lo sguardo all’intorno per indagarne la causa, e scorgiamo in un cantuccio della bragia che a poco a poco va spegnendosi fra la propria cenere.


- Oh! - esclamiamo meravigliati. - Questo è il residuo di un fuoco che è stato acceso dai militari del 13° Reggimento Fanteria, di cui essi hanno voluto lasciare a noi le ceneri, la bragia semispenta ed i tizzi ancora fumiganti!


Con tutto ciò, stanchi ed oppressi per il lungo cammino battuto, ci affrettiamo fra l’oscurità a sciogliere i nostri rotoli e, spiegata una delle due coperte sulla paglia, messa per capezzale la mantellina ripiegata e distesa sul corpo l’altra coperta, ecco che, pur sul duro e nell’umidità di quell’orrido ricovero, sentiamo che il sonno comincia a venire. 


 E si dorme, si dorme!


Col riposo sull’umida e fradicia paglia si chiude la giornata di oggi consacrata all’invitta Santa Lucia, giorno che ricorderemo per tutta la vita!