TESTIMONIANZE

Ho voluto dare risalto ad un archivio ai più sconosciuto, realizzato da Camillo Pavan tra il 1984 e il 1999

 

PRIMO MARTIN

nato nel 1907, residente all'epoca in zona Ca Lion

Nel 1917 abitavo a Rovarè lungo la Callalta in zona chiamata Fatutto. Da Treviso ad andare a Ponte di Piave è a sinistra. La terra era attraversata dalla ferrovia, la casa era di là della ferrovia e la Callalta faceva confine con la nostra terra. 

Tre giorni prima de San Martin ... oramai erano venti giorni che avevano chiuso le scuole perché c'era la truppa che passava sulla Callalta e si dovevano fare tre chilometri di strada per andare a scuola; si doveva camminare lungo la Callalta fino vicino ai carabinieri di San Biagio...

Quando è venuta la disfatta io ero ragazzino. Vedevo tutti questi soldati e mi chiedevo: «Ma dove andranno, pori fioi?»

Tutti questi soldati che camminavano, e noi ragazzini si era entusiasti.

C'erano quelli del parco buoi che andavano a sequestrare le bestie, e sono venuti anche a casa nostra. Erano montati a cavallo delle vacche e dei buoi; camminavano lungo la Callalta venendo da Ponte di Piave e andando verso Treviso. Per tre giornate. 

Dopo – tutto ad un tratto – bloccato. Marcia indietro. 

Perché, mi avevano spiegato degli ufficiali, [dapprima] Cadorna aveva intenzione di fare la linea di sbarramento sul Po, invece dopo è venuto che l'hanno fatta sul Piave. E noi saremmo stati neppure a cinquecento metri dal Piave. 

Quando hanno iniziato a tornare indietro, venivano dentro per la casa nostra, dentro per la campagna, che era anche larga oltre che lunga. 

Una sera è venuto dentro un plotone di carabinieri e hanno detto a mio nonno: «Nonno, dov'è che hai il pagliaio?» Il nonno gliel'ha indicato: «È laggiù», perché mio padre era soldato anche lui.

Avevamo una cucina lunga come tutta la casa e i carabinieri si sono messi la paglia lungo i muri della cucina, da una parte e dall'altra con in mezzo la tavola, e non hanno neanche disturbato. Stavano là chiacchierando, così, con un boccale di vino sulla tavola, ma un boccalone di quelli che tenevano dieci litri, quando è venuto dentro un capitano degli arditi.

Quelli non chiedevano il permesso. È venuto dentro, si è presentato là, ha guardato attorno: «Nonno, chi è che ha preparato questa paglia qui?» E il nonno: «Poveri fioi, devono dormire... ». Il capitano si è abbassato, ha preso lo stiletto che aveva sugli stivali, l'ha piantato sulla tavola e: «Voi andate a trovarvi un altro posto» ha detto «perché questo serve a me!» E anche se erano carabinieri, hanno dovuto andar via. 

Dopo neanche un quarto d'ora sono entrati gli arditi, che hanno preso il posto dei carabinieri. 

Il capitano entra per ultimo e dice al nonno: «Qua non c'è più vino, dov'è che hai la botte?» E il nonno: «Vien de qua fiol, vieni di qua». Tremava di paura perché, ciò, un vecchiotto ... e ha portato il capitano di là dove, sotto una scala, c'era una botte da cinque ettolitri, una botte grande così. 

Sotto, sa che hanno el spinèl [lo zipolo], le botti ... mio nonno ha preso el bocal [caraffa] ed è andato per spillargli il vino, e il capitano dietro. Quando ha visto questo spinèl, prima che si riempisse el bocal il capitano tira fuori la pistola. Tre quattro schioppettate ... ed era italiano. [Forata la botte].

Alla mattina quelli sono partiti presto. Partiti loro, e non so dove li abbiano mandati ... verso le nove e mezza-dieci vengono dentro tre ufficiali. Non ricordo che grado avessero, e io tutto contento «guarda, ho detto, ci sono qua soldati ancora». 

Loro mi hanno detto: «Bocia, dov'è tuo padre?» 

«Mio padre è militare», gli ho risposto. 

«E chi hai a casa?»

«Mio nonno» 

«Va a chiamarmi tuo nonno!» 

Era in stalla. Sono andato: «Nonno, vien fuori che ci sono i soldati che vogliono parlare con te.» – «Chi sono?» – «Non lo so, sono montati a cavallo»

E mio nonno viene fuori.

«Nonno - ha detto - quel portico là, devi liberarcelo. Tira fuori i carri...» 

C'erano carri, versori [aratri], rastrelli, di tutto.

«Perché, fiol?» ha detto mio nonno.

«Perché ci occorre a noi» – «Si ma io... » – «Beh, fai quello che puoi» 

Dopo un'ora, un'ora e mezzo, è entrato uno squadrone di cavalleria e hanno tirato fuori tine, tinassi, tutti quanti gli attrezzi che si adoperavano per l'agricoltura. Hanno tirato due corde metalliche da una parte all'altra ma per [legare] i cavalli non erano ancora sufficienti, allora hanno piantato una corda nel cortile, distante quattro metri da casa.

Dopo sono andati sul solaio, che il solaio era pieno di pannocchie, e hanno preso la palota [pala] di legno – che una volta si aveva quella palota di legno apposta per mischiare le pannocchie – e butta fuori pannocchie per il balcone, per dare da mangiare ai cavalli. 

Questi soldati hanno detto al nonno di non andare via, perché «fra due-tre giorni i tedeschi passano e tu resti qua». Sarà stato il 7 o l'8 di novembre.

Invece, l'11, il giorno di San Martino, quando erano le tre e mezza-quattro è entrato un plotone di carabinieri, con il fucile e la baionetta innestata: «Via da qui, via da qui, via, via [...] perché c'è l'ultimo treno che parte da Spercenigo.» 

Mia madre ha chiesto:«Ma dov'è che ci portate?» Stava cucinando la oca per la festa di San Martino e gli toccava lasciar là tutto sulla pignatta, tutto il pollame ... bestie, piena la stalla. 

Ci hanno portati a Spercenigo e siamo saliti sul treno. 

Abbiamo chiesto: «Dov'è che ci portate?» – «Eh, han detto, appena di là di Treviso, prima di Padova.» E abbiamo corso tre notti e tre giorni. Ci hanno portato a Napoli!

Era una tradotta che aveva tre macchine a vapore e deve essere stata anche lunga. Perché aveva preso su gente da tutte le parti, anche quelli del Friuli, non solo i nostri. Dopo si sono attaccate delle altre tradotte, alle altre macchine.

Una macchina è rimasta senza carbone quando si era a Ferrara, giù per quelle campagne là, che si sono quei vigneti con i pali. Hanno fermato e sono andati a levare i pali delle viti per far fuoco sulla macchina del treno.

Le ho detto che ci vorrebbe una giornata a raccontare tutto!

A Napoli, quando siamo arrivati ci hanno messo sulle case dell'Ospizio Marino. [...] 

Siamo arrivati come questa sera verso le sette e domani mattina ci hanno messo a dormire su un salone. Si era cinque figli, e mia madre fa sei.

Alla mattina passava il dottore a fare la visita e ha trovato un fratello mio, quattro anni più giovane, che aveva tutti gli occhi rossi e ha detto: «Questo bisogna portarlo sull'ospedale». Mentre lo portavano via, mia madre si è messa a piangere. Il dottore le ha detto: «Signora, mettiamo un cartello sulla porta, che lei non viene disturbata. Finché suo figlio non guarisce, lei da qui non si muove.»

Dopo hanno iniziato a venire dei signori a portare caramelle e questo e quello, per questi profughi che arrivavano; anche roba da vestire. Al terzo giorno che si era là, ormai si era lusingati, quando si vedevano questi gruppetti di signori si correva per prendere qualcosa. 

Un dopopranzo, verso le tre, un signore grande come mio figlio, così, più grosso un poco, mi fa: «Vieni qui, bocia, vieni qui». 

Io mi sono avvicinato, credevo che mi desse qualcosa, invece mi chiede: «Dov'è il papà?» 

«È militare» 

«Tua mamma, dov'è?» 

«È dentro in sala, in camera» 

«In quanti siete» 

«Siamo in cinque» 

«Vammi a chiamare tua mamma», e io vado.

«Màre, vien fora che ghe xe un sior che vol parlar co ti.» 

Mia madre è venuta fuori, con le lacrime agli occhi, e lui: 

«Signora, guardi, se lei accetta ... io - ormai ne ho trovati degli altri qua - mi occorre [ho posto per] ancora un poca di gente.» 

Questo sior era il principe Colonna di Napoli. 

A Posillipo c'è l'Ospizio Marino, e loro l'avevano vuoto. Il principe ha detto: «Se lei mi dice [di sì], prepari quel po' di robe che ha e io vengo qui col tram» – che là c'erano i tram che circolavano – «e vi porto là.» 

Mia madre ha detto di sì, e siamo stati là. 

[Della nostra famiglia] eravamo noi soli e la mamma, perché tutti gli altri si erano sparpagliati. Non ci siamo riuniti che quando, nel '19, siamo venuti a casa, dopo la guerra.

A casa abbiamo trovato tre baracche. 

La nostra casa era sparita, invece quella del Calion e quella del Faon erano rimaste in piedi, ma era rimasto in piedi solo lo scheletro delle case. Tranne a quella del Calion – che la stalla era col solaio fatto di cemento – i militari, o per far fuoco, o per fare i ricoveri e i rifugi hanno tirato via tutti i solai, i balconi, le porte. Era tutto sparito. 

E la campagna? Non si poteva neppure uscire finché non fosse passato il rastrellamento. Hanno fatto il rastrellamento prima di congedare i prigionieri tedeschi. Ma saremo stati tre mesi sotto sorveglianza, con le sentinelle dei militari che non ci lasciavano andar fuori nella campagna, perché se si andava fuori c'erano munizioni dappertutto.

Io sono scappato diverse volte, ho visto un po' di terra mossa, ho trovato una "signorina". Sa com'erano le signorine, una volta? Erano un pezzo di legno lungo così, con un bussolotto come quelli della birra. Nella punta avevano l'elica. 

Avevo visto gli altri soldati come facevano ... l'elica aveva un cerchietto [na sc'ionèa]. Bisognava tirarlo via e svitarlo.Quando la si lanciava con il manico e [la signorina] cadeva, l'elica aveva un percussore che andava a battere la capsula e scoppiava. 

Così, quando io ne ho trovata una, ho fatto anch'io come avevo visto fare gli altri, perché quando si è boce si imparano le malagrazie alle svelte. Ho preso di quelle pedate sul culo, quando hanno sentito questa schioppettata! 

[Le signorine] erano come bombe a mano, ma diverse dalle Sipe. 

Siamo arrivati a casa dopo la guerra, nel mese di settembre del 1919. Era passato quasi un anno dalla guerra. C'erano ancora i prigionieri tedeschi e la terra non era ancora bonificata.

Abbiamo dovuto [aspettare] la primavera successiva perché in tutto l'inverno non abbiamo mai potuto far niente. Neanche seminare. Perché le viti e i gelsi, per la maggior parte, erano tutti quanti falciati a questa altezza qua, perché i combattimenti erano venuti anche oltre il Piave e noi si era a cinquecento metri dall'argine. 

Abbiamo iniziato a seminare nel '20, nella primavera del 1920. [...]

Nel 1921 si era ancora sulle baracche. A Faon avevamo tre baracche e gli altri ceppi della famiglia ne avevano due ciascuno. Altri si erano sistemati nelle tèze, se c'erano.

Dopo, le cooperative hanno fatto subito i solai e hanno iniziato a mettere a posto le case che erano rimaste in piedi. [Perché] una era stata annientata completamente: quella che era anche la più vicina alla linea del fuoco e si trovava sul paese che si chiama San Bortolo.

Poi è venuto che ci siamo divisi perché non c'era più posto per tutti, e ci siamo divisi nel 1921.

Mio povero padre con mio fratello più vecchio ha preso una campagna giù nella palude delle Sette Sorelle a San Stino, tra la ferrovia e la Triestina. 

Là il primo anno è andata ancora il manco peggio. Dopo è venuto che Mussolini ha fatto la bonifica, che ha tirato a bonificare la palude delle Sette Sorelle, e abbiamo preso la malaria. 

Noi che si veniva da un posto che non c'era la malaria siamo stati i primi a prenderla, perché quelli che erano nati là erano più resistenti. [...]

 

ORESTE SIMONELLA

Nato nel 1906 a Chiarano

Abitavamo a Chiarano e io avevo 11 anni. 

Noi si era la prima casa dopo il fronte. Davanti a noi erano spariti tutti, profughi. 

Da noi c'era il comando tedesco e saranno stati in cinquanta. 

I tedeschi non volevano vedere ragazzini in casa, perché disturbavano e via discorrendo. 

Mi ricordo che si aveva un barco dove mettevamo il foraggio, e si era in ventotto bambini sotto questo barco. Quando gli italiani l'hanno scoperto - perché più degli italiani non sono stati - hanno iniziato a bombardare. La prima bomba è caduta sul barco. Per fortuna ha battuto sul filo di ferro sovrastante. È esplosa in aria e non c'è stato neanche un ferito, ma noi bambini siamo scappati tutti.

Davanti alla nostra casa i tedeschi avevano piantato dei palloni [aerostatici] e mettevano delle rame [rami, frasche] perché gli italiani non vedessero. 

Poco prima dell'offensiva [sul Piave, giugno 1918 - battaglia "del Solstizio"] i tedeschi sono stati otto giorni con i cavalli attaccati e con i carreggi pronti. Dovevano andare sul Piave, e sono andati sul Piave e là sono restati tutti. Alcuni di quelli che erano da noi sono tornati indietro e dicevano «mama tuti kaputt». Voleva dire che li avevano ammazzati tutti. 

[Durante l'occupazione] siamo sempre rimasti a Chiarano. Andavamo in cerca di mangiare, che mangiare non ce n'era e mi ricordo che mi sono gonfiato le gambe ad andare "a carità". Si andava a carità di patate, di quello che si trovava. [...]

Si avevano 40 capi di bestiame e ce li hanno portati via tutti. Ci hanno lasciato solo due vacchette. [...] 

Sono arrivati a San Martino. 

C'erano i maiali nel porcile. Li ammazzavano e gli bruciavano il pelo con la paglia. Le interiora e tutta quella roba là la buttavano via e noi la si andava a prender su per mangiarla. 

Il granoturco e le pannocchie distrutte tutte. Distrutti tutti i raccolti. 

La cantina era piena di vino. "Bottoni" da venticinque [ettolitri]: gli sparavano con il fucile e a forza di bere si sono ubriacati. 

Su tutte le nostre cantine c'era una vasca che, se la botte spandeva, recuperava il vino. Si sono ubriacati, sono andati nella vasca e sono morti. Quattro di loro, quattro tedeschi, annegati; ubriachi che erano, morti tutti, annegati. 

Il povero Carlo Sessolo, che abitava vicino a noi – era lui e la moglie con tre figlie piccole – i tedeschi ... i ongaresi [ungheresi], sono andati là. Hanno acceso il fuoco e hanno messo su una calièra de aqua. Quando sono andati per ammazzare il maiale, Carlo è saltato fuori con la forca. Sai cosa hanno fatto? Lo hanno preso e lo hanno piantato dentro alla caliera bollente. Il maiale gliel'hanno lasciato e sua moglie avendo visto questo "specchio" è rimasta sabóta [balbuziente]. Non parlava più.

Il povero Ernesto Simonella, che sarebbe stato mio zio ... si aveva un poco di pollame e si aveva un barco. Tutto questo pollame lo avevamo messo sopra il barco. I ongaresi, i tedeschi, i vol ndàrghe ciavàr e gaìne [vogliono andargli rubare le galline]. Lui corre fuori con la forca e se non scappa in camera nostra – che era una stanza nascosta – e non va sotto il letto, dio c. i o copa anca lù. 

[...] Eravamo quaranta persone. Si aveva un muss [asino] e andavamo giù alle Basse a carità. Tornavamo a casa con due tre zucche e ... prova a mangiare polenta e sorgo, come l'ho mangiata io ... se te caghi altro! Poenta e sorgo o pestarèi de zuca con a poenta e 'na presa de sorgo.

D. Come sarebbero stati questi pestarei?

R. La zucca la si puliva e si faceva fuoco. La si faceva chiara come quando si pestano i fagioli e poi gli butti la pasta. Noi si faceva così, tutto per farne di più, perché si era in quaranta, mica uno, eh! Si buttava dentro la farina di sorgo macinata con un macinino a mano, sorgo di quello rosso [saggina], quello da scoati [scopini da secchiaio]

Si mangiava un pasto al giorno di quella, e al gabinetto non andavi più. Potevi affittarlo!

[...] Una volta i tedeschi ci hanno preso tutti e ci hanno chiuso su una stanza, da un'altra famiglia. Aspettavano ordini se avevano da ammazzarci tutti o lasciarci liberi. Hanno aspettato e siamo rimasti chiusi un giorno e una notte. Anch'io, tutti. C'erano donne e bambini. Tutti chiusi. Dopo una giornata e mezza ci hanno lasciati liberi. 

Con le femmine [donne adulte] loro "no i se intrigava"; con le ragazze, piuttosto. Le ragazze dovevano star nascoste. 

Ma più che ... non era proprio il vero tedesco, era l'ongarese el cancaro pi gross.

[...]

Dopo, aspetta, è scoppiato il colera.

D. Colera o spagnola?

R. No, colera, gli si diceva noi. E andavano nel lazzaretto, nel bosco di San Marco.

Erano rimasti senza mangiare e mangiavano pannocchie crude, cani, gatti.

Eh! Lo sai che hanno perso la guerra perché non avevano più niente da mangiare? 

E mangiando queste robe è scoppiato il colera. 

A noi borghesi, sebbene si mangiasse male, non ci è successo niente ... ma a loro, cara mariavergine, il lazzaretto del bosc de Cessalto [in realtà il testimone si riferisce all'ex "bosco di San Marco" che sorgeva in località Santa Maria di Campagna, al confine fra Chiarano e Cessalto] ... era pieno pieno, perché li portavano tutti là per l'infezione del colera.

D. Lei l'ha visto il lazzaretto? Come era fatto?

R. Eh, porco diose! Il lazzaretto era formato come un ospedale. Aveva due saloni, uno a destra e uno a sinistra dell'entrata e dopo c'era l'ambulatorio dei dottori.

Dottori là non ne dormivano, andavano una volta al giorno a visitarli.

In testa ai due saloni c'erano i gabinetti. Era come un ospedale, né più né meno. 

Domanda di un ascoltatore. C'era qualcuno che si salvava? 

R. Ehi! Non ne ho mai visto neanche uno. Morivano, e dopo andavano a seppellirli sui cimiteri di qua e di là. 

Il colera era dal mangiare male, mangiavano pannocchie crude. 

Sai le pannocchie quando sono "mezzo grano"? Loro mangiavano di quelle là con un po' di zucchero, roba così; si vede che non erano abituati, più il caldo che c'era... 

Di civili neanche uno dentro a quell'ospedaletto. Tutti tedeschi.

Noi abbiamo patito tanta fame, mangiato polenta di sorgo, quella sì, ma noi si era in casa, si avevano due vacche nascoste, si mangiava qualcosa.

I tedeschi sapevano che avevamo le due vacche ma lasciavano stare. Vedevano che eravamo in tanti: si era ventisette bambini, mica uno. C'erano sette spose che pompavano! 

Gli facevano pecà [pena] questi figli e allora ti lasciavano le due vacche. 

*

La nostra casa si trovava dove adesso abita Scolaro, in cao al bosc de San Marco. 

I tedeschi tagliavano i róri [roveri] ... C'era un bosco di roveri che tu non hai neanche un'idea. C'erano dei roveri che ci volevano due uomini ad abbracciarli. Grossi! Guarda che con una doppietta non riuscivi a colpire un uccello che era sopra un rovere, da alto che era.

Il povero mio padre era boscaiolo, lavorava dentro nel bosco [...] c'erano segherie là. Tutti i ponti che c'erano sulla Bidoggia sono stati fatti con quei roveri. Il bosco era del comune.

I soldati tedeschi hanno distrutto il bosco. Hanno tagliato per loro, l'hanno adoperato là, e la rimanenza l'han portata via per far fortezze. 

[...] Hanno portato via tutto i soldati della prima guerra: tagliato e portato via tutto. Ti dico che noi eravamo la prima casa dopo del fronte, eravamo di fronte al bosco.

I tedeschi, sai che sono arrivati fino a Meolo? Il Piave lo avevano passato [nell'offensiva del giugno 1918]. 

Gli italiani hanno lasciato che passassero il Piave e quando sono andati oltre – che sono arrivati con il fucile, senza riserve, con poche di munizioni – hanno "alzato" l'acqua del Piave e loro indietro non sono più riusciti a tornare.

Prima, [quando l'avevano passato, il Piave] era asciutto. L'hanno attraversato con cavalli e via discorrendo. Dopo, quando gli italiani hanno levà [lasciato scorrere] l'acqua del Piave ... sono rimasti dentro i cavalli, i militari non potevano più passare e per sgomberare l'acqua hanno dovuto dargli cannonate. Tra cavalli, carretti e soldati avevano fermato l'acqua. Hanno dovuto cannoneggiare il groviglio che si era formato nel Piave, per romperlo e permettere il deflusso dell'acqua che andava verso il mare.

 

LUIGI DISASTRI

1900 nato a Saletto

All'epoca di Caporetto ero un civile militarizzato, cioè facevo parte di un gruppo di civili comandati da un militare.

Ho iniziato a fare il falegname a 11 anni ("sono nato falegname"), imparando il mestiere in paese da un certo Giovanni Biasini (Nane Campanèr). Un giorno sono arrivato tardi al lavoro perché mi ero fermato a prendere il mangiare per una donna e il padrone mi ha dato un calcio nel sedere. Così ho cambiato padrone e sono passato da Santo Pasin di San Biagio di Callalta, un bravissimo falegname, e là ho lavorato nel 1912, '13, '14.

Nel 1915 il padrone è stato chiamato alle armi, come bersagliere, e io sono andato a lavorare proprio con Nane Campanèr nei reparti militarizzati che andavano a lavorare sotto il fronte, sulle seconde e terze linee. 

Ero pagato bene: 5 lire al giorno più le spese. Alla fine del mese venivamo pagati da un apposito contabile mandato dallo stato: davanti ad una baracca avveniva il pagamento. Io i soldi li mandavo a casa, anche perché avevo dei parenti che mi avevano allevato da piccolo, infatti ero di famiglia molto numerosa (11 fratelli). 

In particolare io ero gemello (primogenito, secondo nato) e i genitori mi avevano affidato a una parente, che poi non era neppure proprio parente, era una sorellastra di mio padre, con la quale ho vissuto assieme fino ai 15 anni. Si chiamava Peruzza Maria, aveva sposato Antonio Bin ed era figlia di Matteo Peruzza che aveva preso mio padre dall'ospizio - perché mio padre era un trovatello figlio di NN, cui era stato messo il cognome di Disastri - e siccome Peruzza non aveva figli maschi era andata a prendersi un maschio all'ospizio. 

Poi questa sorellastra di mio padre mi ha allevato fino ai 15-16 anni, proprio sulla casa in cui ci troviamo adesso per l'intervista e dove ora abito. Solo che all'epoca la casa era più piccola. Non era fatta come ora, ed era di proprietà di mio nonno Peruzza Matteo, originariamente come stalla in cui poi è stata ricavata una stanza. Quando Peruzza morì la casa è diventata proprietà di Disastri Antonio.

Io appartengo ad una famiglia di "gemellari": dopo di noi due gemelli ce ne sono anche altri due, che attualmente abitano in Francia.

Nel 1915 come militarizzato sono stato dapprima a Villa Vicentina, sull'Isonzo. Non è che fossi stato obbligato ad andar lavorare, ci sono andato volontario; si formavano delle squadre di 30 - 40 persone alla guida di un assistente.

Lavoravamo alla sistemazione ed al rafforzamento delle trincee, mettendo delle tavole e dei montanti sulle pareti in modo che la terra non franasse.

Poi ho lavorato molto anche a fare baracche. Ho imparato a coprire i tetti con la paglia (come si fa con i casoni) ed ero anche bravo a farlo; baracche ricovero per cavalli e militari. 

Dopo sono andato a lavorare verso Caporetto. 

Una persona del paese che io conoscevo, un certo Beniamino Davanzo, che era sergente in una compagnia in linea proprio sul Carso a San Michele mi ha detto: «Guarda che io conosco qualcuno in una squadra dove prenderai più soldi... »

Ovviamente io ci tenevo ai soldi, e, anche se si trattava di andare in una linea più avanzata e quindi c'era più pericolo, ci sono andato ... 16 anni per la verità sarebbero pochi per rimetterci la pelle... 

07:09 Sono andato da quelle parti e quando hanno fatto la ritirata di Caporetto, mi trovavo a San Giorgio di Nogaro, agli ordini di un caporale maggiore romagnolo che comandava dei soldati ma aveva anche la responsabilità di un gruppo di operai, fra i quali c'era anch'io, che dormivo in una baracca da solo (me l'aveva data lui, il caporale, la chiave).

Quando ci fu la ritirata di Caporetto ha iniziato ad infiammarsi tutto, a scoppiare tutto, tutto che si demoliva.

*

- Il sergente Davanzo di cui ho parlato prima non è lo stesso che ha dato il nome a una via centrale di Saletto, che invece si chiamava Massimiliano ed era un mio cugino. Quello là, sugli altipiani d'Asiago, era bersagliere (prima invece era del 55 Fanteria), poi essendo uno sfegatato, "era bravo", l'hanno messo fra i bersaglieri , come volontario, e là in poco tempo è diventato sergente. C'era una mitragliatrice che falciava i soldati italiani e nessuno riusciva a stanarla e faceva molti morti. Lui, un po' sfegatato si è offerto volontario per farla tacere e in quell'occasione è stato ucciso, meritandosi la medaglia d'argento. È rimasta una medaglia,ai famigliari. Lui è rimasto lassù" -



Ritornando a Caporetto. 


È stata una cosa improvvisa, non è che ci sia stato un preavviso. 



Questo brano è stato selezionato per il volume di 

Cesare Bermani e Antonella De Palma 

E non mai più la guerra. Canti e Racconti del '15-18

Società di Mutuo Soccorso Ernesto De Martino, Venezia, 2015, (CD 2, 20)





09:25 Ricordo che il caporalmaggiore mi ha detto: «Disastri, bisogna scappare, bisogna scappare, qui crolla (casca) tutto.»

Infatti in lontananza, verso l'Isonzo, scoppiavano i depositi di munizioni bruciati dai nostri. Era una catastrofe. Le strade erano piene di soldati, di feriti. I campi erano pieni di profughi. Un mondo che si rovescia, una cosa che non si riesce a spiegare. Di tutti i colori, dei colpi che vanno su alto e che scoppiano, poi si dilatano, di qua e di là, tutto un mondo che si rovesciava e gente che scappa. Le strade ingombrate, non si riusciva più a passare.

Io avevo la bicicletta e non ho potuto passare, ho dovuto camminare per i campi, assieme a questo caporalmaggiore. Era di giorno, quando siamo scappati. Abbiamo camminato tutto il giorno attraverso i campi, riparandoci sotto dei gelsi quando gli aeroplani austriaci passavano bassi e sganciavano qualche bomba; e c'era acqua nei campi. Finalmente siamo arrivati al ponte e lo abbiamo superato ... a forza di camminare siamo arrivati a Portogruaro.  (AUDIO brano selezionato)

Con noi, a lavorare nella stessa squadra, c'era un certo Zuccheri assieme a suo figlio. Zuccheri era già scappato prima di noi ed era già arrivato a Portogruaro, dove abitava. Il caporalmaggiore, che ne conosceva l'indirizzo, è andato a casa sua e Zuccheri ha preparato polenta e pollo in umido. 

Zuccheri parlava con la moglie e le diceva: «Guarda che io devo scappare, altrimenti gli austriaci mi prendono». 

La moglie invece aveva deciso di rimanere, però diceva al marito: «Porta via la mucca, porta via a vaca». 

E Zuccheri a dirle: «No, la vacca non posso portarmela dietro.»

Poi con questo Zuccheri abbiamo continuato la fuga, ma ci siamo persi di vista a San Donà di Piave. 

Il caporalmaggiore era riuscito a trovare un vagone attaccato a un treno merci. Vi siamo saliti là sopra e siamo andati fino a Mestre. E io, da Mestre ho raggiunto Saletto, prima che i tedeschi arrivassero sul Piave.

Quando i tedeschi sono arrivati sul Piave, di fronte a Saletto, nella nostra casa non c'era più nessuno, perché appena sentite le prime cannonate erano fuggiti.

*

I tedeschi, giunti sul Piave, avrebbero potuto proseguire perché non c'era nessun italiano ad affrontarli. 

Sono passati degli zappatori con la tuta di tela grigia con una stella rossa sulle mostrine; chi aveva un piccone, chi un badile. Facevano delle postazioni dietro gli argini in modo che il soldato potesse appoggiarsi per sparare; questi zappatori erano italiani.

Alla sera, io assieme a Beniamino Davanzo che era fuggito dal Carso, Ugo Peccolo che era un comune amico e Davanzo Ferruccio ... tutti pratici del posto e inoltre pratici di armi essendo bene o male già stati tutti al fronte (anch'io, pur essendo civile, perché ero giovane... e poi ci vuol poco a imparare) ... prima che arrivassero i tedeschi - che hanno cominciato a salire sui pini del Piave, dalla parte di là, oltre il greto, oltre l'argine, montare per vedere di qua - noi li vedevamo qui dall'argine della nostra parte.

Poi è arrivata la teleferica e non c'era neanche un nostro soldato, assolutamente nessuno. I tedeschi avrebbero potuto avanzare che nessuno avrebbe loro impedito di venire avanti. Io non riesco a spiegarmi perché non siano passati. 

Il fatto è che le prime avanguardie sono rimaste di là 48 ore, anche di più, senza nessuno che li ostacolasse. Finché un mattino gli italiani hanno messo una batteria nel terreno di Zampieri, una batteria calibro 75. 

Zampieri era un mio santolo che aveva un pezzo di terreno dopo i Mosole, sulla strada per Candelù, un po' più avanti di via Molinetto, dove c'è quella casa con i pini grossi e ora c'è la casa del Mosole. Ora tutto è cambiato. Là si è presentato un sergente che aveva tirato dei fili telefonici per comunicare con la batteria.

Un mattino si è presentato qua a Saletto un reggimento, che aveva le mostrine giallo e verde, con le divise tutte nuove di zecca che sapevano da naftalina. La prima cosa che hanno fatto, sono andati dentro per le case a prendersi quello che il poveraccio che era scappato non aveva potuto portare via. 

Qui, nella nostra casa io ero rimasto in casa, perché noi ragazzi non avevamo paura, mentre la mia famiglia era andata a Breda da un certo Scarabel, appena avevano sparato le prime cannonate. 

Io che ero un ragazzo sono rimasto qui. Mio padre aveva la casa qui vicino, a fianco di questa qui fuori: aveva una casa in piazza dove abitava, e un'altra qui vicino dove mi trovo ora, dove teneva la cantina, il fieno e altre cose. 

Mi trovavo qui in casa; è arrivato questo reggimento, è entrato nella casa in cui mi trovavo. Hanno tirato tutti i cassetti, aperto tutti gli armadi, chi si prendeva il calzino, chi si prendeva l'asciugamano, un altro è andato dove c'ero lo specchio sul comò e vi si trovava una specie di anellino che non valeva neanche un soldo. Hanno fatto quella cosa là, arrivando ... che non è tanto bella.

Erano italiani che erano arrivati qui per prendere posizione nella prima linea, sull'argine. Nuovi e freschi. Evidentemente erano stati fermati e rivestiti, dopo la ritirata. Loro avevano il fucile in mano, io ho brontolato, poi è venuto un ufficiale che ha fatto mettere giù [a uno?] quello che aveva in mano.

Questi soldati si sono schierati qui sull'argine, saranno trenta metri da dove ci troviamo ora. 

Io ero rimasto per governare la stalla dove c'era ancora un vitello, c'erano i polli; avevo ancora delle cose da portare via. Facevo la spola al mattino e portavo a mia madre a Breda del latte, un pollo. A Breda la mia famiglia era rifugiata nel granaio di casa Scarabel, assieme ai Ramello, un'altra famiglia di Saletto.  

Ormai avevo fatto confidenza con questo sergente che ordinava il tiro della batteria. Facevo compagnia a questo sergente e gli indicavo la casa di Marcandola, di Lorenzon, di questo o dell'altro; poi c'era una cartiera. Noi all'epoca conoscevamo tutti, sul Piave. [La cartiera si trovava dalla parte di Negrisia, oltre il Piave].

Una mattina al mulino di via Molinetto c'era un reparto del Genio Zappatori; il mulino apparteneva ad Alessandro Perinotto.

*

"Via del Passo". Ricordo la barca che collegava Saletto a Negrisia (che facevano quasi un paese assieme) tanto che i morti di Saletto andavano a Negrisia. Ai tempi di mio nonno i morti non li seppellivano qui attorno alla chiesa di Saletto ma a Negrisia e passavano di là del Piave per mezzo del "passo" [a barca]. Questa via del Passo è talmente sulle mappe che a tutt'oggi i militari passano per "via del Passo".

A volta se l'acqua era bassa si passava a guado, ma di solito c'era la barca, condotta da un certo Girotto, chiamato come soprannome Bicio ... ma non ricordo bene. Ricordo invece che da ragazzi noi lo prendevamo in giro, con questo soprannome, anche perché era un tipo particolare, scapolo, esile, piccolino. Allora lui si arrabbiava e ci rincorreva tirandoci dietro dei sassi. Bicio di solito rimaneva là ad attendere i viandanti sotto un alberello e li traghettava, con 5 centesimi, poi lasciava legata la barca al palo e là attendeva i passeggeri. Avrà pesato venti chili. Malgrado la cifra esigua che richiedeva ha comunque mantenuto la famiglia. Era un ometto non sposato, così insignificante che una donna non l'avrebbe sicuramente preso; viveva con suo fratello che invece aveva moglie e figli. Adesso io non so dove si trovino questi Girotto e che strada abbiano preso, so però che alcuni sono diventati degli Orlando (per via di matrimonio), altri dei Dal Sie.

*

Ritornando alla guerra... 

Al mattino a questo reparto di zappatori distribuivano il rum, e una volta si sono presentati due ufficiali vestiti da italiani, ma i nostri si sono accorti subito che non erano italiani e allora li hanno arrestati. 

Alla sera c'è stata un'ispezione per tutta la linea italiana, quattro soldati, quattro carabinieri e un ufficiale, e sono passati anche per dove mi trovavo io con questo sergente. 

La pattuglia è entrata e ha chiesto come mai io mi trovassi là in prima linea. Il sergente spiegò che io ero uno del paese e che lo aiutavo e gli davo utili informazioni. Allora avevo 17 anni e un aspetto però più maturo, con i baffetti, e potevo quasi sembrare uno che era scappato dalla guerra. Ho mostrato un certificato di scuola, ho spiegato che non ero scappato, che ero del paese (e il sergente confermava), ma niente. 

Mi hanno messo in mezzo alla pattuglia, fra i militari e i carabinieri e mi hanno portato al comando di brigata, qui alla latteria di San Bortolo[meo] di Breda. 

Là c'era un ufficiale su una branda di tela, e la pattuglia gli ha riferito che avevano trovato questo borghese in prima linea. E l'ufficiale gli ha risposto: «E cosa volete che ne faccia io del borghese...». Allora mi hanno portato al comando di divisione, in casa di Bin Olimpia, sempre a S. Bortolo.

Ormai era quasi mezzanotte, e anche qui c'era un ufficiale che ha detto: «Io non so cosa farne, portatelo al comando di tappa».

Mi hanno portato a San Biagio di Callalta a piedi, scortato sempre dai soldati, dai carabinieri e dall'ufficiale. Al comando di tappa di San Biagio mi hanno chiuso in una stanza dove avevano fatto un buchettino sulla lamiera della porta ... con un carabiniere che camminava davanti. Al mattino presto è venuto il capitano che comandava la batteria ... c'era pericolo di essere fucilati, essere dei borghesi, in prima linea e senza documenti. Mi hanno portato davanti a un tavolo dove c'erano tanti di quei medaglioni seduti, tante di quelle persone grandi e grosse che ora li detesto un po' ... già, anche se non sono anti patriota, anzi se sono ... mi considero ... mi vanto di essere italiano ... li detesto per la maniera con cui si comportavano contro i soldatini.

Comunque mi hanno creduto, alla fine, avvertendomi di non presentarmi mai più in prima linea perché avrei potuto essere fucilato all'istante. Mi hanno creduto perché garantiva per me il capitano comandante la batteria, garantiva che io ero del paese e li aiutavo con informazioni utili.

*

All'epoca c'erano due Piavi, e tutti due con molta acqua. Io non li ho mai visti asciutti, anche se in quell'occasione ce n'era - per la verità - piuttosto poca. C'era la Piave piccola e la Piave Grande. La piccola verso l'argine destro, nasceva dalle fontane sorgenti di Candelù e di Maserada; mentre la Grande era quella che scendeva dalle montagne.

Ai tempi della mia infanzia scendevano anche le zattere, che andavano fino a Jesolo. A volte quando andavano in secca nelle ghiaie qua di fronte, gli zatterieri smontavano la zattera e allora dal paese tutti quelli che potevano, soprattutto i ragazzi, andavano ad aiutarli a trasportare più avanti, fuori della secca, il legname. Gli zatterieri provvedevano a ricomporre una nuova zattera, dove c'era l'acqua, per poi ripartire, e a noi ragazzi ci regalavano una bella tavola di legno ciascuno, e per quei tempi era un bel compenso. 

La zattera era formata da tronchi grossi messi sotto, traforati sulla testa per far passare le corde per legarli, poi c'era uno strato di traversi, e poi sopra caricavano le tavole e loro facevano anche una specie di baracchina, come una garrita in cui ripararsi dalle intemperie. 

Con una specie di remo dirigevano la zattera, sopra la quale avevano anche la bicicletta e delle corde in modo che quando avevano trasportato il legname giù a Jesolo e Venezia, tornavano su in bicicletta con le loro corde e con la loro ascia e trivella.

Non ricordo che a Ponte di Piave ci fosse una fermata delle zattere. Secondo me le zattere passavano e andavano dirette a Jesolo, dove sì venivano caricate sui barconi...

*

Dopo l'episodio della notte in cella, sono andato dalla mia famiglia che era profuga, lasciando gli animali che erano in casa ai soldati, che giunti nelle prime linee si sono fatti fuori il maiale, il vitello, il vino, soprattutto il vino, perché quella era un'annata di tanto vino clinto, che i carabinieri a un certo punto hanno forato tutte le botti perché andasse fuori il vino. Sono passati in tutte le case, anche in quella di mio padre e in quella dei vicini che ne avevano molto.

Era successo che avevano trovato qui al Ponte di Filo all'osteria di Tressa Napoetan austriaci e italiani ubriachi dentro la stessa cantina. Così da quel giorno hanno bucato tutte le botti.

Sono andato profugo con la mia famiglia, dapprima a Preganziol ... a Sambughè, vicino alla chiesa e là mio padre si è fatto dare dei buoni come sussidio. Poi, visto che c'era bisogno di alloggi per i soldati, la mia famiglia fu mandata in Sicilia, a Campobello di Licata, in provincia di Agrigento, dove mia madre è morta di spagnola.

Io invece sono partito militare come bersagliere, ma non ho fatto in tempo di andare in guerra, ma di fare il militare sì. 

Era il gennaio 1918 e sono stato chiamato alle armi, arruolato nel 6° Bersaglieri. Sono rimasto a Bologna per dieci mesi, fino alla fine della guerra. Ero in un reparto speciale, come moto-mitragliere. Mi hanno voluto tutti bene, non posso lamentarmi, e volevano che rimanessi sotto le armi. 

Subito dopo il quattro novembre sono stato congedato "provvisoriamente", in modo di poter ritornare a casa e mettere apposto la casa e il terreno.

Qui ho trovato morti e reticolati e armi per terra. 

I morti erano ancora sul terreno, da seppellire, e quando sono arrivato io li caricavano sul carretto trainato da un cavallo e li portavano su un cimitero provvisorio a S. Bortolo in località Le Crociere, dove era stato approntato un grande cimitero, da dove sono poi stati trasferiti più tardi all'ossario di Fagarè. E il granoturco per un po' è cresciuto molto più rigoglioso che tutt'attorno.

Quando sono arrivato io, ho visto i morti attaccati ancora sui reticolati, morti da qualche giorno. A prima vista non si capiva bene di che nazionalità fossero, perché c'erano anche dei "tedeschi" dalla nostra parte.

C'erano morti dappertutto, negli orti, negli angoli, nei buchi. Italiani e tedeschi, morti, ancora con il corpo intero, con le divise addosso, non seppelliti.

La croce rossa e altri soldati passavano con un telo di tenda dentro il quale veniva posto il cadavere che poi veniva caricato sul carretto e poi a volte capitava che lungo la strada cadesse un rigagnolo di 'sugo', dal carretto. 

In poco tempo, comunque, è stato pulito tutto.

Qui negli ultimi giorni di guerra, a partire da Fagarè e fino a Maserada, c'era stata una battaglia incredibile.

Quando sono tornato ho visto un disastro, pur essendo passato qualche giorno da che le linee erano state superate. Il fatto è che l'esercito italiano doveva andare avanti, inseguire il nemico che si ritirava, e non aveva quindi tempo di fermarsi a sistemare quello che rimaneva dietro.

Comunque a me i morti non danno fastidio, vi sono abituato. Non ho timore, neppure dei feriti. Se lei è ferito e tutti scappano, io mi fermo e l'aiuto e lo curo, anche se tirano granate. Infatti ho salvato una persona, nel '43, che sarebbe morta centomila volte, avrà avuto due tonnellate di travetti sopra di essa, [durante il bombardamento di] Marghera...

Qua a Saletto qualche casa aveva ancora dei muri in piedi, ma la gran parte erano a terra. Le nostre case ad esempio erano completamente demolite e i soldati avevano recuperato le pietre per metterle sulle trincee. C'erano solo rottami. In piazza c'era alcune casa, ma poche, che erano quasi sane. 

Ma la chiesa era demolita.  

Enorme era la massa di reticolati in tutta la zona. Hanno lavorato per mesi prima di liberare completamente la terra, perché c'erano campi interi di reticolati.

Per quanto riguarda i miei pochi campi di terra ho fatto ricorso ad un comando militare che era qua a Saletto, per chiedere che mi aiutassero. In particolare ho avuto l'aiuto di 7-8 militari austriaci prigionieri che mi hanno aiutato a ripulire il mio terreno.

Nel frattempo la mia famiglia era ancora in Sicilia, mentre io subito dopo l'armistizio sono stato immediatamente mandato a casa in quanto mi trovavo in zona operazioni, e quindi c'era bisogno di andar a mettere a posto, pulire.

*

A Saletto c'erano molti prigionieri austriaci. A migliaia erano nella zona, sistemati dietro a dove ora c'è il grande bar della piazza. C'erano dieci-dodici baracche tutte in fila e tutte con prigionieri tedeschi. Sono rimasti qua per molti mesi, 7-8 mesi. Io li consideravo esseri umani, lavoravano, riparavano case, molti parlavano anche italiano, erano altoatesini. C'erano molti austriaci. 

Io considero il popolo austriaco un popolo nobile, e neppure guerriero. Erano bravi ragazzi. Erano prigionieri. Erano coscienti di essere prigionieri, però non avevano quel ghigno, quell'atteggiamento da nemici. 

In piazza avevano costruito una specie di falegnameria con tutti i pezzi di legno. Facevano la credenzetta per quello che era rientrato qui, magari per un qualcosa in più da mangiare. Chi faceva il muratore, chi il falegname.

La falegnameria era dietro al palazzo che c'è dietro al forno. Era con un banco provvisorio, con materiale di recupero, senza morsa. Malgrado questo i prigionieri riuscivano ad ottenere dei begli oggetti. Si davano da fare. 

Io ero militare e venivo poche volte al paese, ma questo era quello che vedevo. I feriti venivano portati via con un camioncino 15 ter. Certo erano prigionieri, in una baracca, senza tanti conforti, con una pompa che c'era fuori dalla baracca per l'acqua.

Anche i prigionieri italiani quando sono rientrati dalla prigionia io li ho visti ... perché ero ancora militare a Bologna... ed erano proprio mal messi, tutti straccioni che sembravano non degli zingari, ma gente che vien fuori da una caverna dove per anni non avevano mai visto la luce. Li ho visti messi molto peggio che non gli austriaci prigionieri in Italia.

*

Mio padre aveva due campi e mezzo di terra, mezzo campo in cui c'era la casa dove all'epoca abitava mia zia mentre gli altri due campi erano là vicino. Malgrado questa esigua quantità di terreno la mia famiglia prima della guerra in qualche maniera riusciva a vivere perché mio padre era un gran lavoratore, uno che col terreno riusciva a far miracoli. Inoltre era capace di fare tutti i lavoretti: una sedia, uno zoccolo e alla domenica faceva il barbiere assieme al nonno. Erano i barbieri del paese.

Mio padre non ha mai patito la fame. A casa mia abbiamo sempre mangiato ... non da signori, ma c'era sempre un pollo alla settimana. Ogni domenica mattina andava a prendersi un chilo di carne e faceva brodo. C'era sempre formaggio e c'era sempre latte perché avevamo sempre due mucche in stalla. Poi oltre ai due campi e mezzo suoi, mio padre lavorava altri due campi di Gava Francesco. E c'era spesso anche il pane, il "pan moro" fatto in casa; inoltre c'era salame e formaggio.

È inutile che mio fratello che abita in Francia dica che si pativa la fame. No, da noi - almeno finché i figli erano piccoli - non si pativa la fame. Dopo, con 11 figli grandi e tutti senza lavoro, allora sì che c'erano problemi. C'erano problemi quando sono diventati più grandi perché non c'era lavoro. Sono andati in Francia come emigranti, e là hanno anche progredito chi commercio di cavalli, chi la charcuterie. Ora i loro figli stanno bene.

 

RUGGERO RINALDIN

combattente del 55 fanteria

D. Come viveva in trincea?
R. In trincea si viveva alle intemperie, perché si era là ... all'aperto.
Sul Monte Piana ho cominciato la guerra, in alto Cadore, sei mesi di guerra in Alto Cadore. Ho cominciato nel Monte Piana verso la valle di fianco sulla sinistra Val ... bach [...], alla destra la Val ... anco [...], e le Tre Cime di Lavaredo, di fronte alle Tre Cime di Lavaredo l'unica posizione che abbiamo potuto conquistare: Sette [...] una piccola fortezza austriaca presa assieme agli alpini, di notte, con 37 prigionieri [austriaci]. Siamo andati avanti ora in piedi ora in terra (strisciando) perché «i sbarava», eh!...
E quando, di notte, si andava avanti io ho detto a uno: «Grava, su, su che ndémo vanti!» e invece era uno degli austriaci, morti, s'immagini! non veniva mai avanti, quello là...
D. Come dormiva in trincea?
R. Niente, all'aperto come sono adesso ... ugualmente ero in mezzo alle intemperie, che pioveva, che c'erano le intemperie ... al freddo, quel che capitava. Dentro nella trincea, nel Monte Piano così lo chiamavano perché era pianeggiante sulla cima, non c'erano alberi, niente, era piano [...].
Gli "austriachi" erano trincerati in cemento armato con le feritoie e al coperto e noialtri italiani sulle trincee, in un fosso, come un fosso, uguale, ecco ... all'aperto.
Un bel giorno è venuto un colpo di una granata, che ha colpito proprio la trincea ... ma questa è verità ... di sedici di noi, dieci sono andati fuori combattimento, fra feriti e morti; dieci, su sedici. La granata ... io, a dir la verità, di fianco, dal colpo che è venuto a scoppiare, mi sono trovato coperto dalla terra, con una gamba informigada [intorpidita] che non sapevo se era ferita o se era informigà ... dal colpo è stata informigà la gamba, con cinque a destra e a sinistra tra feriti e morti ... e noi della sezione mitragliatrici...
Nel Cadore abbiamo passato diverse posizioni. Sono stato a Padola, Santo Stefano ... e dopo sei mesi di guerra in Alto Cadore, il reggimento è stato mandato a riposo, a Treviso, perché io ero del 55 ... perché c'era da fare sei mesi il soldato e per sei mesi [...] mi hanno messo a Treviso al 55 Fanteria. Dopo sei mesi di guerra in Cadore siamo venuti a riposo. Un battaglione partiva oggi ... a Calalzo, ma invece di mandarci a riposo a Treviso, come ci avevano detto, siamo passati per Treviso, ma non a riposo, passati e siamo andati verso Udine, per andare verso Cormons, dove c'era il confine vecchio, una volta, a Cormons e ci siamo accampati, attendati, insomma... provvisoriamente; e c'erano dei richiamati della provincia di Treviso, del 55 sempre, degli anziani del 1887, anziani, richiamati...
Noialtri siamo andati di fronte al Sabotino, sull'Alto Isonzo, di fronte al Sabotino e al Monte Cucco, di fronte proprio, ma là non si andava avanti, perché non era possibile. Maltempo, piova, morti ... diversi per il colera, perché scoppiava il colera in quell'epoca e c'era maltempo, piova, e niente da conquistare ... non era possibile.
Ci hanno levato dal Monte Sabotino per mandarci a pulirsi, nettarsi, perché si era indecenti, sporchi, pieni di fango. Era scoppiato il colera, e da là siamo venuti non con le macchine come al momento d'oggi ... a piedi, da in fondo, dall'Alto Isonzo; a piedi siamo venuti fino a Nogaredo di Corno, comune di Mereto del Tomba. Nogaredo è una frazione, là ci siamo portati ... e quando siamo arrivati il comando [...] era a Mereto, con due battaglioni e il terzo battaglione dove ero io. A Nogaredo di Corno hanno cominciato a darmi il vestimento pulito, netto e lavarsi e pulirsi, che si era indecenti. Mi hanno cambiato di tutto, ed è venuta la disposizione di lasciarci in licenza invernale...
Mi trovavo con il III battaglione a Nogaredo di Corno e il comando con due battaglioni era a Mereto di Tomba. Per tutti, in licenza invernale ... li mandavano un pochi alla volta ... fra i quali nel Comando del III battaglione vi era impiegato un amico del paese di Negrisia, nel comune di Ponte di Piave, il quale mi ha messo in lista ... io che ero dello stesso comune, fra i primi ... che mi hanno dato la licenza di andare quindici giorni, son venuto a casa, a Ponte di Piave.
Un amico del comune di Gorgo [al Monticano], che si era assieme ... mi ha detto: «Quando arrivi a casa, fammi un piacere, vai fino a casa mia e gli dici che presto mi mandano anch'io in licenza»... e sono andato, e ho portato i saluti, di suo figlio che sta bene e che presto sarebbe venuto in licenza anche lui. Non ho fatto appena a tempo di fare la licenza invernale, a casa, che son ritornato. Quando sono ritornato: sospese tutte le licenze, non ha più potuto nessuno andare in licenza: ordine di partir per l'Albania. Nel 1915 partir per l'Albania, tutto il reggimento, due battaglioni sono partiti come oggi e il nostro battaglione ... imbarcati a Taranto, per andare in Albania. Un battaglione alla volta con il Principe Umberto, la Marina ci ha portato a Valona in Albania, un periodo di tempo in Albania al confine con la Grecia. 
Là non c'erano strade, né niente... c'era un piccolo fiume fra le colline, con ai bordi i sentieri, ma non c'erano strade... [il fiume era la Voiussa, interviene una persona adulta] e siamo andati ... la Voiussa, sì, che c'era la ghiaia come sulla Piave, ma da parte a parte c'erano le colline. Da parte a parte ... da una parte c'erano gli albanesi ribelli, e gli albanesi ribelli non andavano d'accordo con gli albanesi della parte di qua, di Valona, dove eravamo noi. Si attendeva il nemico che venisse dalla parte dei ribelli ... e noialtri siamo andati avanti per questi sentieri, viaggiando per i sentieri. Siamo arrivati al punto dove ci siamo accampati, attendati nella dolina, dabbasso della collina. In cima a una collina c'era l'artiglieria da montagna che ha messo un cannone di quelli di calibro 75. Ben, in ogni modo, «proibito, severamente!» ... era caldo ... di andare a fare il bagno nella Voiussa, non si deve farsi vedere dai ribelli che erano di là; proibito andar a fare il bagno...
E' venuto su il 103 Fanteria e ci sono stati dei soldati che sono andati a fare il bagno. Noi del 55 si era accampati là. A fare il bagno ... dalla parte di là c'erano dei pastori che pascolavano, come ce n'erano anche di qua con gli albanesi, con le pecore, al pascolo, casso! I ghe ga sparà a quelli che sono andati a fare il bagno e ne hanno ferito uno dei nostri. Allora il sottotenente di artiglieria, che aveva il pezzo in cima alla collina, che aveva una batteria completa ... era proibito che sparasse, ma con il fatto che è stato ferito un soldato dei nostri, l'ufficiale ha dato l'ordine di sparare su quelli che avevano sparato ai nostri, casso! Sono andato sopra anch'io quando gli hanno sparato col cannone, a shrapnell [...] ma l'ufficiale che ha dato l'ordine di sparare è stato messo agli arresti, perché non doveva sparare, [perché non dovevano far conoscere la posizione]...
Nel periodo che siamo rimasti là non arrivavano i viveri da Valona e dovevamo mangiare le gallette, i viveri di riserva che si avevano e poi non c'era più niente da mangiare, e allora abbiamo comperato degli agnellini dagli albanesi. Mi ricordo bene, a seicento lire l'uno ... non so quanto costassero. Li abbiamo ammazzati, gli abbiamo levato la pelle ... non si aveva niente da condire e li abbiamo arrostiti e si mangiavano come capitavano...
Sono venuti dei nostri soldati là dove eravamo noi, di artiglieria, del 3° artiglieria di montagna con quei pezzi austriaci [!] che gli italiani avevano preso quella volta a Tripoli, quelli là li hanno adoperati i nostri ... e hanno fatto un reggimento di artiglieria di montagna, e invece che due sono diventati tre. Sono venuti su dall'Italia e capitati là. Noi che si era accampati - si era io e quell'amico che ero andato a casa sua [a Gorgo], eravamo sempre insieme - abbiamo detto «dai che andiamo di sopra che sono arrivati dei soldati, chissà che abbiano qualcosa da mangiare». Siamo andati su a D [...] san, il paese. 
Paese? Carovane! Vi siamo andati e c'erano dei soldati da Ponte di Piave e un soldato da Negrisia. Quando che mi hanno visto li abbiamo salutati, certamente, e il sergente, era un sergente da "ripostiglio", ci chiede: «Come va?» «Fame fin che vuoi», gli rispondo, «abbiamo mangiato tutti i viveri di riserva, non vengono su i viveri da Valona, e si combina con qualche agnelletto da arrostire, così, senza condimento». «Ah, così, dice ... vien qua, vien qua». E ci ha portato a vedere il "ripostiglio" che avevano con loro, e ci ha dato un pacco di pagnocchette così ... come ci avesse dato delle focacce. Anche loro andavano nel pascolo del bestiame degli albanesi, compravano degli agnelli, li ammazzavano, li appendevano a un albero e gli levavano la pelle; loro facevano così, gli artiglieri e i nostri conducenti. Dopo loro sono andati ai confini della Grecia e non li ho più visti ...
Succede il fatto degli Altipiani di Asiago, che gli austriaci, i tedeschi erano venuti dentro ... allora l'ordine è di portare le truppe dall'Albania e di andare di rinforzo dalle parti di Asiago.
Il 55 [rgt. fanteria] è partito, ma il 56 è partito prima, però. Si sono accorti gli austriaci che gli italiani lasciavano l'Albania ... e il 56 è passato libero ... ma il 55, il giorno dopo, siamo partiti di notte, siamo in alto mare... Io mi trovavo nella nave Ravenna e altre compagnie si trovavano nella Principe Umberto. Siamo in alto mare, di notte, io mi trovavo nella Ravenna... La Principe era a centocinquanta metri più avanti, noi si era in coperta, di notte, e si avevano due cacciatorpediniere di scorta [...] abbiamo sentito un grande colpo, buuum ... all'oscuro, noialtri ... "si era innocenti!" non si sapeva niente, cosa poteva essere. Il comandante sì che lo sapeva perchè avevano comunicato con l'altra nave Principe, la Principe... 
Dopo un momento si vede che la nave - noi soldati non si sapeva niente - e vediamo che la nostra nave si sposta perché il porto di Valona era certamente minato e ci voleva il permesso per rientrare di nuovo. Compare un cacciatorpediniere e quel portavoce chiama: «Ravenna! Ravenna!» ... e il Ravenna proprio al momento giusto non ha risposto ... «Se correvate ancora un minuto, due minuti... venivate affondati da noialtri stessi!» ... [perché erano stati scambiati per una nave nemica]
E (la nostra nave) risponde a quello della cacciatorpediniera: «Principe Umberto affondato in cinque minuti!» ... e allora a noi sono venuti i brividi, a sentire questo. In cinque minuti la Principe Umberto era andata a fondo! E dopo ha fatto - la cacciatorpediniera - al comandante della nostra nave: «Aspettate un poco che vado a levare il [...] per entrare nel golfo di Valona» ... Sicché di tremila e cinquecento persone, ho la memoria come se fossi là, di tremila e cinquecento persone nella Principe Umberto è rimasto l'equipaggio ... sono rimasti salvi in 700!
Il giorno dopo, i rimasti salvi e noialtri siamo partiti di nuovo per venire a Taranto ... ma però, invece che avere due cacciatorpediniere di scorta se ne avevano 90 in fianco! «Hanno chiuso la stalla quando i buoi sono scappati», e ci hanno portato a Taranto.
A Taranto ci siamo accampati in Piazza d'Armi, con le tende [...] e siamo rimasti in attesa di formarsi i due battaglioni nuovi, con ufficiali che mancavano e tutto, affondati, morti. Abbiamo avuto l'ordine che ... tra imboscati e classi giovani in sorte ... hanno formato i due battaglioni. I battaglioni nuovi sono partiti e sono andati a Terzo di Cervignano e noi abbiamo avuto l'ordine a Taranto di raggiungere il reggimento. Siamo andati a raggiungere il reggimento e il nostro battaglione - quelli anziani che sono rimasti - ci hanno mandati su verso il San Michele, sopra Sagrado, sul Carso, dove comincia il Basso Isonzo e gli altri due battaglioni nuovi li hanno mandati alle Cave di Selz, verso Monfalcone [...].
Sul San Michele, un caldo fenomenale, abbiamo incalzato il nemico. Dal San Michele, di fronte all'Isonzo, di qua di Gorizia ... incalzato il nemico e siamo andati fino alla vallata di Opacchiasella, e più in basso c'era Gorizia. Sull'offensiva che abbiamo fatto, gli altri hanno combattuto verso la bassa, verso Monfalcone ... e noialtri abbiamo combattuto, abbiamo conquistato Gorizia, il vallone di Devetachi, il vallone dei Visentini [...].
All'epoca che mi trovavo sul San Michele sopra Sagrado, sull'offensiva, avevo una sete fenomenale ... dal calore, dal caldo, non si aveva acqua. Siamo arrivati ad Opacchiasella, ma era proibito a bere dall'acqua di quei pozzi che c'erano là, perché era avvelenata. I nostri hanno portato l'acqua su per il San Michele e sono arrivati molto tardi e dalla gran sete - che è peggio della fame, per conto mio - io avevo il treppiedi della mitraglia sulle spalle ... poi c'era uno che portava l'arma e io avevo il treppiedi ... io sono caduto per terra; sono caduto in terra, dalla gran sete che avevo! Sono arrivati i nostri con l'"irrigue", con l'acqua: era calda ... ho bevuto un po' d'acqua e siamo arrivati finalmente ad Opacchiasella. La seconda linea, sua degli austriaci, era oltre Opacchiasella, più avanti, che vi erano stati incalzati da prima.
A dividere le proprietà, là, sono tutte murette a secco di roccia, ognuno ha una muretta, diviso, là a Opacchiasella. Si faceva un passo avanti, e dopo sparavano e ci si buttava a terra. Siamo arrivati vicino alla seconda linea che avevano loro, che era armata, appoggiati ad una muretta delle proprietà, distesi per terra ... e si vedevano loro che erano in trincea. Davanti alla muretta c'era un morto austriaco, dal momento della ritirata. Madonna ... me lo ricorderò sempre ... dopo l'hanno portato via i nostri... e dopo siamo vicini alla seconda linea. E i bombardieri italiani sparavano con le bombarde per colpire la loro trincea e si vedeva la bombarda che andava su e poi andava giù e "saltava" sulla trincea sua. Faceva il demonio. L'artiglieria nostra, una buona volta, sparando sulle loro trincee ... ha sparato "in corto" ... [uccidendo dei nostri].
Un bel giorno, dalle loro trincee, seconde, vedo che sparano con una bombarda, anche loro. E le bombarde sue non erano grosse con la punta ... avevano tanto il culo come la punta, come un uovo per modo di dire, una roba così, ma grosse, e grandi. Vedo una bomba che viene nella mia direzione ... fortuna che non ha scoppiato! Se scoppiava mi ammazzava!
Fra le trincee sue e fra noialtri che si era ... il "fornello" della granata che ha scoppiato ... io ero sdraiato sotto una muretta e mi è cascato su una gamba. Eravamo tutti sdraiati dietro le murette, che si guardava loro che erano nelle trincee. Mi ha gonfiato la gamba e sono andato di notte ... e mi hanno portato in ospedale da campo a Cervignano. Ogni giorno veniva il capitano medico, a visitarmi, ma io avevo dolori e ho detto: «Signor capitano, io ho dolori e non posso neppure camminare». Mi avevano messo in lista per ritornare, ma poi mi hanno messo fra quelli che non era possibile e mi hanno trasferito a Padova. A Padova avevo una della Croce Rossa che veniva a medicarmi, perché c'era la Croce Rossa, ma ancora non ero perfetto. Insomma ... mi hanno mandato a Lucca ... e fin che andavo di là mi lasciavo dall'altra parte il fronte! Da Lucca, ormai veniva il capitano medico a chiedermi: «Come va?» [...] così mi ha messo in convalescenza per 22 giorni, a casa. Dopo 22 giorni ho dovuto presentarmi al distretto militare di Treviso, a Sant'Artemio, e mi hanno fatto abile e il capitano ha detto: «Alla prima partenza per il fronte si manda via Rinaldin».
Durante il giorno, fin che non c'erano ordini di andare al fronte o in qualche altra parte, si faceva la passeggiata - al dopo mezzogiorno - incolonnati, con il tenente che ci accompagnava, e poi si rientrava alla sera per il rancio. Avevo un sergente maggiore che era stato al fronte in Cadore assieme a me, da Oderzo, e ci siamo ritrovati. Lui era stato congelato alle gambe e poi era guarito, però era inabile ed era passato furiere... Quand'era il turno di mandar via dei soldati, a me, mi lasciava sempre indietro. Era mio amico ... e succede un fatto che in quell'epoca ho passato un bel po' di tempo. Andavo a Pantiera, con la rete a caccia di uccelli, per i campi, per passare il tempo e per gli ufficiali che così mangiavano gli uccelli, loro...
Un bel giorno sono andato a casa mia, una sera [di nascosto... e al mattino ritornando al distretto] ... il tenente d'ispezione mi viene incontro e mi dice: «Alla prima partenza che Rinaldin sia mandato al fronte»!
Con un treno che veniva da Udine siamo partiti e siamo andati a Torino al collegio di Cavalleria, [c'era da fare] i conducenti ... e a Torino ho cambiato reparto. Come conducente al fronte sul Basso Isonzo, della compagnia mitraglieri, con la mitraglia Saint Etienne francese. Sul Basso Isonzo, comandava il Duca d'Aosta, che è stato sepolto a Redipuglia, nel cimitero dei caduti ... e con quella ... dopo è venuta la ritirata, il tradimento di Caporetto ... «il tradimento di Caporetto»!
Per non restar chiusi dalla parte di Caporetto che ci serravano dentro abbiamo dovuto abbandonare il fronte, bruciare tutti i magazzini, mano a mano che si veniva avanti. Ma si camminava per i paesetti e siamo venuti fuori dalla parte di Latisana, per di là, e dalla parte di Palmanova, fuori per di là, insomma. E con quella è finita la guerra. Siamo andati sul Piave... però io sul Piave non ho potuto partecipare e dico anche perché : perché son rimasto preso prigioniero in ritirata [...] ero prigioniero a Lubiana. Quando è finita la guerra sono stati rimpatriati tutti i prigionieri e siamo venuti a casa...
Io ho partecipato al fronte Basso Isonzo, però prima: il Cadore, poi l'Alto Isonzo: Sabotino e Monte Cucco, poi Albania, poi la presa di Gorizia ... l'offensiva di Gorizia. Io ho partecipato a quattro parti del fronte!
Le prime posizioni che abbiamo conquistato sono state sul Monte Piana, dove abbiamo conquistato i [...] di fronte alle Tre Cime di Lavaredo ... che dopo ci è venuto un attacco nella posizione che avevamo preso ... che sono venuti sotto e hanno sparato e mi hanno bucato il manicotto della mitraglia, quella volta ... e hanno ferito il tenente e un altro che era a fianco di me. Insomma come le dico ... dopo sono andato in Albania lungo il canale Voiussa, al confine con la Grecia. E gli Albanesi, sa come fanno? Gli Albanesi passavano per i sentieri, non strade; bisognava sorvegliare.

 

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